Essere o non essere, questo è il problema!

Lo sapeva bene il buon vecchio William; e non è una semplice frase da copione shachesperiano: è una domanda esistenziale, anzi, se vogliamo dare un senso alla nostra vita, è LA DOMANDA per eccellenza.

Ciò che facciamo è un riflesso di chi siamo, una forma, ma, quotidianamente occupati in mille cose, dimentichiamo chi siamo e inconsapevolmente ci immedesimiamo in ciò che facciamo, pensiamo, rappresentiamo.
Sono casalinga, sono ingegnere, sono disoccupato sono uno studente, sono ricca, sono povera… così come: sono ribelle, sono generosa, sono intellettuale, sono meditativa, sono giovane, sono vecchia – e via andare – sono ruoli in cui ci identifichiamo costantemente ma non sono chi noi siamo.

In qualche modo ci rappresentano ma sono solo alcuni aspetti di noi (infatti potremmo essere più cose nello stesso istante). Chi siamo è molto più complesso e affascinante, eppure la forma ha il primato rispetto a tutto il resto.

Se, presentandomi, ti dicessi che sono counselor (ammesso che tu sappia cosa sia perché in Italia è una professione quasi sconosciuta che ogni volta devo spiegare) ti darei semplicemente l’informazione riguardo il lavoro che svolgo.
Se ti dicessi che sono mamma creerei in te un’immagine di donna accompagnata da uno o più figli, se invece dico che sono nonna allora mi immagineresti un po’ vecchietta, con le rughe e con gli occhiali, alle prese con libri delle favole e giochi infantili ormai difficilissimi per una della mia età.
E ancora: se ti dicessi sono una tipa un po’ timida potresti farti un’idea particolare di me, ma in certi casi sono anche aggressiva e l’immagine che ti eri fatta un’attimo fa svanisce e se ne va.

Potremmo andare avanti all’infinito, perché, vedi, posso essere tutto e nulla di ciò che ho appena affermato.
In realtà ciò che ti ho dato sono semplici informazioni, in-forma-azioni, ovvero azioni nella forma, in altre parole: cose che faccio (il counselor, la mamma, la nonna, mi intimidisco e qualche volta aggredisco).
Ahhhh la forma! Siamo sempre lì: la forma.

Ma andiamo avanti:

fornendoci la possibilità di un’identità ben precisa, ci immedesimiamo in essa e ci comportiamo in base alla sue caratteristiche anche quando non vorremmo.

Queste caratteristiche (o ruoli), infatti, essendo riconosciute all’esterno – più o meno apprezzate da chi ci circonda – diventano la nostra immagine… ma un’immagine è di per sé una rappresentazione, qualcosa riflessa e statica che dovrebbe svanire nel momento in cui ci allontaniamo dallo specchio (gli altri), eppure, fedeli a quell’immagine esteriore, aderiamo totalmente ad essa facendola diventare interiore, perdendo creatività e fluidità nel vivere.

Chi si sente ribelle, per esempio, si relaziona in molte situazioni in modo critico e un po’ aggressivo, e il generoso è accogliente e amorevole anche quando non sarebbe il caso.
Ribellione e generosità sono solo due aspetti che tutti possiamo provare o avere provato, per cui parte dell’esperienza di vivere e non dimensioni assolute. Invece, essendo stati riconosciuti come tali fin da bambini – in molte circostanze, da molte persone e soprattutto dai nostri genitori – si è talmente identificati in quel ruolo fino a credere di doverlo essere sempre.
Il ribelle raramente si concede la possibilità di essere accogliente e affabile, e il generoso di mostrare il proprio lato vulnerabile capace di chiedere aiuto e sostegno.

In altre parole: fin dall’infanzia abbiamo dato più importanza a COME siamo percepiti all’esterno piuttosto di CHI siamo autenticamente e questo perché ci è stato insegnato a prenderci più cura e a fidarci della forma, che in realtà è solo un vestito, una maschera, che indossiamo ogni giorno per assicurarci identità, amore e valore.
Immedesimandoci nella forma abbiamo perso la curiosità di conoscerci realmente e di realizzarci autenticamente.

Seguiamo le mode, cioè le aspettative e le abitudini degli altri, per sentirci parte di un gruppo, di una famiglia, della società.
Ci adattiamo. Ci svendiamo. Ci manipoliamo e ci castriamo.
Ci camuffiamo e ci illudiamo di poter essere riconosciuti e tenuti in considerazione.
Facciamo tutto questo in nome dell’amore che cerchiamo e che profondamente ci sentiamo negato dimenticando di volgerlo verso di noi e di esprimerci nella nostra grandiosità e unicità.

Quindi attenzione: non definire mai i tuoi figli secondo un loro aspetto emozionale o sociale e, soprattutto, non in loro presenza. Se per esempio noti in loro un certo livello di ribellione e lo vuoi analizzare e comprendere meglio – col tuo compagno, con i suoi insegnanti, con un consulente, con i nonni, con le amiche, ecc. – non farlo mai davanti a loro. Troppe volte ho visto e sentito mamme, in conversazione davanti alle scuole, dare ai propri figli presenti ogni tipo di appellativo senza rendersi conto dell’impatto che questo può avere su di loro. Convinte di non essere ascoltate, inconsapevolmente, seminano e coltivano in loro l’idea di essere proprio quel certo tipo di persona, accentuandola ancor di più. Infatti, oltre a sentirsi incompresi e giudicati davanti ad altri, i figli in questione potrebbero ribellarsi maggiormente.

In realtà la loro ribellione ti sa mostrando che qualcosa non funziona come vorrebbero: è la forma che hanno escogitato per chiedere aiuto in determinate situazioni, non contro di te o contro il mondo e, comunque, non un tratto assoluto del loro essere. Inoltre, sentendosi appellare in quel modo perentorio, li legittima ad essere ribelli in qualsiasi situazione in cui compare in loro ansia o stress.

Allo stesso modo, non farlo neppure quando il giudizio verso tuo figlio ha una “valenza positiva” come ad esempio l’essere generoso. Sentendosi considerare tale, si comporterà generosamente anche quando non è opportuno; svilupperà ad esempio l’idea che l’altro sia più importante di lui, quindi si farà generosamente da parte e rinuncerà al proprio potere personale per ricevere l’attenzione e la considerazione di cui ha bisogno. Tale comportamento segue una forma di pensiero inconscio del tipo “se sono generoso mi amerai” inibendo la possibilità di affermare se stesso quando è necessario.

Una persona non è ribelle in assoluto e non è generosa in assoluto, ma il gioco che può crearsi con tali affermazioni e giudizi, apparentemente innocui ma altamente manipolativi, mette a rischio l’evoluzione armonica dei tuoi figli.

In questa rubrica di #genitorieducatoriconsapevoli percorriamo una strada a due corsie: una rivolta a noi come individui e una rivolta al nostro compito di genitori.
Perché per essere genitori o educatori consapevoli dobbiamo essere individui consapevoli.
Alla fine di ogni articolo ti invito all’esplorazione di te suggerendoti alcune domande perché – sono convinta, l’ho fatto e lo faccio anch’io – è l’unico modo che hai per far emergere chi sei e per dichiarare il tuo valore.
Puoi essere d’accordo con me o no, per cui sii autentico/a e aperto/a a ricevere i miei suggerimenti ma sii anche indipendente e coraggioso/a nel trovare e affermare la tua risposta.
  • Quanto sei immedesimata/o in ciò che fai?
  • Quale immagine credi di avere all’esterno: nel lavoro, in famiglia, con gli amici, con tuoi figli…?
  • Dopo aver esplorato quanto sopra chiediti: queste immagini sono me o rappresentano parti di me?
Analizza alcune situazioni in cui ti sei sentita incastrata in un ruolo o in una forma:
  • come ti sei sentita/o?
  • Cosa avresti voluto fare o come avresti voluto essere percepito da chi ti stava di fronte?

Trova un posto tranquillo e analizza te stessa. Se vuoi – e questo è il miglior metodo che puoi trovare – prendi un quaderno e scrivi, una sorta di diario in cui organizzare i tuoi dubbi e le tue risposte.

Una volta che hai esplorato te stessa/o osserva i tuoi figli o allievi:
  • che immagine hai di loro e che immagine credi desiderino avere ai tuoi occhi?
  • Quanto credi influisca il tuo giudizio su di loro?
  • Saresti disponibile a cambiare opinione su di loro?

Analizzati con sincerità e apertura. Nessuno è perfetto: siamo qui per imparare e per crescere insieme.

Se hai un account fb e, se sei un genitore, un educatore, un insegnante o un operatore del benessere puoi chiedere di iscriverti al gruppo Genitori ed Educatori Consapevoli e partecipare al Progetto Pane Amore e Consapevolezza.

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