Satori – Chi Sono Io?

Sono passati ormai 15 anni dal mio primo ritiro di consapevolezza.
Ricordo di aver letto un volantino che diceva più o meno così:

“… in questo ritiro avrai l’opportunità di avere un lampo di illuminazione”.

Non potevo crederci: in quell’epoca l’illuminazione era il mio desiderio primario, anche se non sapevo cosa fosse esattamente. Seguivo un maestro illuminato – Osho – e credevo che “illuminandomi” sarei diventata come lui.
Ripensandoci, ora, sorrido di me stessa. Sì, mi faccio tenerezza da sola.

Credevo proprio che illuminandomi avrei risolto ogni mio problema: non avrei più sofferto, avrei avuto accesso ai misteri dell’universo, sarei stata super parte, amata e considerata da tutti, in pace con me stessa ecc. ecc.

Niente di tutto questo, o meglio: niente che la mia mente – soggiogata dal quel giudice interiore che vive in me – poteva mai immaginare, desiderare o a cui aspirare.

 

Ero fermamente convinta che l’illuminazione fosse qualcosa al di fuori di me, qualcosa che andava ricercata con forza e con volontà (ancora non sapevo che la Forza e la Volontà essenziali sono ben altra cosa rispetto allo sforzo della personalità), così mi iscrissi a quel ritiro di sette giorni senza sapere in realtà a cosa sarei andata incontro.

Fu uno shock: da mattina a sera, ininterrottamente, per tempi che mi apparivano infiniti, uno di fronte all’altro, occhi negli occhi, a chiederci reciprocamente: “DIMMI CHI SEI!” e, soprattutto, a cercarne la risposta.
Una follia, pensai, ma ci provai: io sono bla bla bla e ancora bla bla bla, per diversi giorni senza risultato.

Ero cosciente di aver vissuto in passato attimi di estasi e di benessere totale, così cercai di ricreare in me quelle situazioni speciali per indurre la tanto agognata risposta, ma: nada de nada, la risposta non arrivava.
Allora chiudevo gli occhi, cercavo il silenzio della mia anima… e no: qualcuno dello staff arrivava tempestivo e mi diceva mantieni il contatto con gli occhi del tuo compagno.
Che palle: tutto il giorno di fronte a uno sconosciuto, fissarlo negli occhi e sviscerare ogni mio recondito segreto.
Una tortura: dal mattino che era ancora buio, fino alla notte fonda e nel sonno, pure.

La domanda incalzava chi sono io? chi sono io, perdio?

Non ce la facevo più, avrei desiderato non aver mai letto quel volantino, eppure… dentro di me qualcosa mi faceva restare:
voglio quel lampo di illuminazione, costi quel che costi!
Per diversi giorni ho cercato la risposta a quella SEMPLICE e apparentemente BANALE domanda “CHI SONO IO?” senza alcun risultato se non quello di cadere sempre più nello sconforto e nella frustrazione, mentre molti miei compagni vivevano stati di estasi sostenendo angelicamente di fronte a me (occhi negli occhi, mentre i loro lacrimavano di gioia): “io sono il suono della mia voce”, “io sono il gesto della mia mano, il sapore che ho in bocca, il profumo della mia pelle”… “io sono. punto!”.

COSA? “IO SONO. PUNTO”?!? Tutto qua?

Poi a un certo punto qualcuno disse: “io sono il braccio destro di dio, anzi, io sono dio”… era troppo!

Quel ritiro era di sette giorni, l’ho già detto, e, una volta raggiunto “L’IO SONO”, dopo un colloquio personale col conduttore, si passava a un altro koan come “COS’è LA VITA?”, “COS’è L’AMORE?”, “COS’è L’ALTRO?”… e, mentre io ancora annaspavo alla ricerca di quell’io sfuggente, molti nuovi koan risuonavano nella stanza, il che voleva dire che i miei compagni avevano dunque trovato quel IO che a me era ancora sconosciuto. Allora provai a rispondere nello stesso modo io sono il gesto della mia mano… il sapore che ho in bocca… l’odore del mio sudore alzando un po’ la voce pensando: forse qualcuno sentirà, mi chiamerà in privato e mi cambierà la domanda.
Io sono dio mi pareva eccessivo e non lo dissi mai.
Ma nulla. Nullissima!! La cosa non funzionava affatto e comunque ero lì per la mia illuminazione e cercare scappatoie non era proprio illuminante.

Ero esasperata, forse l’ultima ad essere ancora ferma alla prima, ormai odiosa, domanda CHI SONO IO, ed eravamo già al quarto giorno.
Porca miseria, vuoi vedere che non ce la faccio? Che ho perso tempo e basta?
L’illuminazione non aveva più senso, non mi importava più: desideravo almeno non sentirmi un’idiota di fronte a me e di fronte agli altri.
Avrei voluto urlare, scalciare, mandare tutto a puttane… chiedere aiuto, farmi piccolissima, scappare via… nascondermi, dormire, morire… qualsiasi cosa tranne chiedermi chi sono.

Poi una mattina, nella tradizionale meditazione del lavoro, mi ritrovai a pulire con l’ammoniaca il pavimento di moquette della sala di lavoro -che in un centro Osho si chiama Buddha Hall, la sala dei Buddha-.
Il limite era superato: non solo non avevo la risposta ed ero frustrata all’ennesima potenza, non solo avevo speso più di un milione di lire, ma il pavimento con l’ammoniaca… questo no, era troppo, una punizione alla mia incapacità!

Eppure lo feci, presi straccio e ammoniaca e, accucciata come Cenerentola, pulii centimetro per centimetro quel cavolo di pavimento e fra imprecazioni e lacrime, che non sapevo bene se provocate dalla frustrazione o dall’esalazione dell’ammoniaca, all’improvviso ebbi finalmente la risposta.
IO SONO. PUNTO!

Non c’erano parole, non c’erano concetti. Io sono. Punto e ripunto.

E quel pavimento era veramente il pavimento della sala dei Buddha, degli illuminati! Quello che stavo pulendo era il tempio in cui io, noi in realtà perché io non aveva più senso, vivevamo la nostra ri-nascita consapevolmente.
Ancora adesso non so come possa essere accaduto. Forse mi sono dissolta nell’ammoniaca, come il fiume si dissolve nel vento per attraversare il deserto 🙂

E non so dire altro: la gioia era tale da mancarmi il fiato. La pace era lo spazio in cui vivevo mentre un amore immenso, inedito, mi pervadeva: amore per la vita, amore per me, compassione profonda per il mio ego e per la mia mente che tanto si sono sforzati per raggiungere la meta. La comprensione che anche loro cercano la pace e la verità.

Ogni gesto pareva il primo gesto della mia vita, come forse avevo sperimentato da piccolissima, e ogni gesto destava in me curiosità e piacere immenso io sono il gesto della mia mano, il sapore che ho in bocca, il profumo della mia pelle… ora capivo ed era vero.
Io sono dio. Punto! Diosanto: alla fine l’ho pensato e forse l’ho anche detto!

Finita la meditazione ci siamo ritrovati uno di fronte all’altro, occhi negli occhi, e finalmente ho potuto condividere la piacevolezza di ogni piccolo pensiero, di ogni battito di ciglia, di ogni suono, gusto, idea, sentimento, emozione… con naturalezza, in un tempo che non aveva tempo.
E mentre sperimentavo tutto questo con estrema semplicità, vedevo gli occhi del mio compagno riempirsi di lacrime di riconoscimento, di gioia e di fratellanza, mentre le mie e le sue parole erano le stesse o diametralmente opposte e ciononostante universali.
Poi qualcuno si è avvicinato, mi ha invitato ad alzarmi per seguirlo dietro al paravento dove il conduttore mi stava aspettando con in faccia un sorriso, come mai avevo visto prima.
Nei giorni seguenti ho avuto altri koan da esplorare che, nello stupore di tutto lo staff, si manifestavano in me a una velocità incredibile, quasi l’IO che ero, che sono, volesse sperimentare il più possibile o meglio, volesse manifestarsi il più possibile in tutte le sue forme e possibilità.

Lo sforzo era ormai lontano, e poiché avevo faticato molto, rasentando spesso la resa ma non arrendendomi mai, ora potevo dissolvermi con facilità e naturalezza.

Dopo quel primo satori ho compreso che questo, CONOSCERE L’IO, è il primo passo verso l’auto-conoscenza e la propria realizzazione, il primo vero attimo CONSAPEVOLE di unione con se stessi e con la vita… preludio dell’illuminazione.
Niente che apparentemente abbia cambiato la mia vita: i problemi non si risolvono da soli, i misteri dell’universo rimangono misteriosi, la sofferenza non è bandita e non tutti mi amano o mi considerano.
Eppure, nonostante questo, la mia vita è cambiata radicalmente, o meglio: è cambiato l’approccio che ho di fronte alle difficoltà e agli eventi in genere.

Riconoscere che la sofferenza è in realtà causata dalla separazione dalla mia vera natura, da quell’IO SONO, mi aiuta a prendere le distanze da tanti possibili momenti di dolore, di giudizio e di separazione, o perlomeno, di considerarli per quel che sono, e cioè un susseguirsi di eventi che cambiano forma e contenuto secondo il punto di osservazione… fino al momento in cui l’osservatore e l’osservato sono la stessa cosa… proprio come mi è accaduto la prima volta accucciata come Cenerentola nella famosa sala dei Buddha.

Guarda il video “La leggenda delle sabbie”: è una storia Sufi che racconta con poeticità il percorso di ri-conoscimento del IO SONO.

Se ti piace condividilo con i tuoi amici e lasciami un tuo commento qui sotto.

Per me è importante conoscere la tua opinione.
Buona visione!

2 Comments

  • Marcantonio
    Posted 23 novembre 2016 10:29 0Likes

    E’ generoso aprire a chi cerca la tua ricerca di luce. Presto vorrei andare al “Satori” di Avikal. Dopo tanti gruppi di esperienza nel mondo di Osho, a sessant’anni, mi sembra da affrontare. E’ tardi?

Add Comment

Privacy Policy Cookie Policy